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II - FLORILEGIO DI GALGENLIEDER

Desiderio di monumento: altro desiderio l'A. aveva espresso,
fuori di celia, nella «Notizia autobiografica» con la
quale si apre il primo capitolo di «Stufen», intitolato «In
Me Ipsum»: « Zu Niblum will ich begraben sein - am Saum
zwischen Meer und Geest...».

Si spense all'alba del 31 marzo 1914 in Merano (Untermais
- Villa Helioburg). Le sue ceneri sono custodite nel
Goetheanum di Dornach, presso Basilea. Nato a Monaco il
6 maggio 1871, nella Theresienstrasse n. 12 (poi 23), (la casa
andò interamente distrutta in un bombardamento aeronautico
del 1945), da genitori poco più che ventenni (paesaggisti
il padre e i due avoli), egli trascorse una puerizia serena,
entro un'aura mozartiana. La madre Charlotte, nata
Schertel, pianista, morta di mal sottile che si trasmise all'orfano
decenne, lo aveva battezzato, per l'appunto, in onore
del divino Salisburghese, col nome Wolfgang: da aggiungersi
a Christian, impostogli per onorare la memoria del
nonno paterno, amburghese trapiantato in Baviera. Collegiale
in Landshut an der Isar, ebbe a subìre, come già il
Manzoni in Merate, immeritate, manesche prodezze pedagogiche.
Se esse non furon, come usa oggi dire, controproducenti,

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non sappiamo se sia da darne merito alle epistole paterne,
ove al consolando figlio dodicenne si citava in greco
il motto goethiano: δ μή δαρείϛ άν?ρωποϛ ού παιδεύεται[1].
Studente di giurisprudenza in Breslavia, nella cui Accademia
di Belle Arti il padre teneva la cattedra di pittura
paesistica, non gli sarebbero difettati efficaci «appoggi»
per la carriera universitaria (da parte di Felix Dahn e di
Werner Sombart). Ma, nonostante il grande ascendente che
ebbero costoro, massime il secondo, su di lui; né, più tardi,
in Monaco, come giurista; né in Berlino, dove, con un impiego
procuratogli dallo Jordan nella Nationalgalerie, volevano
istradarlo alla archeologia, egli conseguì mai il titolo
di Doktor. Sin da studente redasse periodici. Nel primo di
essi, «Der deutsche Geist», già nel 1892, si potevan leggere
accorati moniti, dal sapor di rofezie, verso i non pochi
suoi connazionali resi ottusi da romanticoidi megalomanie
pangermanistiche. (cfr. Karl Kraus- Die letzten Tage der
Menschheit). Guastatisi i rapporti con il genitore (quest'ultimo,
divorziato dalla seconda moglie, non gli perdonava la
solidarietà con la matrigna prior), il M., che molto ne sofferse
nella sua pietas filiale, per non piegarsi all'ingiustizia,
affrontò animoso, nonostante la malferma salute, le accresciute
difficoltà della vita. E uno stile di vita anche esteriore
egli seppe foggiarsi non disforme dalle esigenze del suo
mondo interiore.

Per non chiuder troppo incompiuto il quasi epitafio che
si vien delineando come curriculum, sarebbero altresì da ripercorrere,
oltre ai Bildungserlebnisse suaccennati(1) e
culminanti nell'Evangelo di Giovanni, gli Urerlebnisse offerti
dai soggiorni nei varii luoghi di cura e dai, viaggi, lungo
una linea che va da Taormina a Cristiania. Nella capitale norvegese,
ribattezzata ora Oslo, egli a lungo dimorò in assiduo
contatto con Ibsen, di cui tradusse Peer Gynt e altre opere.
Grazie a tale sua operosità ermeneutica e grazie alla più
varia pubblicistica in proprio (tra la non meno insigne è da
annoverare la così detta letteratura per l'infanzia); grazie,

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(1) In calce ai nostri marginalia dell'Introd. ai Galgenlieder.)

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infine, alle altamente apprezzate e coscienziose consulenze
editoriali presso Bruno Cassierer di Amburgo, le sue condizioni
di vita, non solo materiali, andarono sempre migliorando.
Non altrettanto si può dire, purtroppo, del suo
stato di salute. Ma la vita non gli fu sino all'ultimo avara
del suo confortevole sorriso. Nel ciclo «Wir fanden einen
Pfad» egli benedisse come una svolta felicemente decisiva
del suo destino l'incontro, nell'agosto altoatesino del 1908,
a Bad Dreikirchen, di Colei che divenne poi sua consorte,
Margareta Gosebruch von Liechtenstern (cfr. M. B. 166-172).
Ad essa, che si è consacrata al culto della memoria del
Poeta, nella sua casa da Lui prediletta in Breitbrunn am
Ammersee, la posterità va debitrice della pubblicazione di
molte importanti opere postume. Noi le siamo grati della
concessaci autorizzazione a pubblicare il presente saggio interpretativo.

Il pianeta delle mosche: cfr. Stufen 182: gran ventura
davvero che Dio non abbia dato alle mosche le dimensioni
degli elefanti! Ucciderle, in tal caso, ci costerebbe maggior
fatica e maggiori rimorsi. Cfr. έλέφαντα έχ μυίας ποιειν.
Zenobio III 68. Luciano - Encomion muscae 12.

Le mutande: cfr. In Phanta's Schloss, la III parte di
«Wolkenspiele»: grosse Wäsche droben im Himmelreich !...
Wie viele Hemdlein, Höslein... die gute Schaffnerin zum
Trocknen breitet. Cfr. altresì, l'eufemico «Inexpressibles»
nella poesia «Die Windsbraut», (da noi qui tradotta «La
mogliera del vento»), che burlescamente ci riporta ai tempi
di «Leonce und Lena» di Georg Büchner, nel cui A. III
Sc. 3° dice Valerio dei pseudoautomi rappresentanti la regale
coppia nuziale: sie haben ein feines sittliches Gefühl,
denn die Dame hat gar kein Wort für den Begriff Beinkleider.

Il Nasobēm: Es steht noch nicht im Meyer. Und auch im
Brockhaus nicht. Così nel testo. Ora non più. Lo scherzoso
vaticinio, significato nel noch, s'è avverato, consolidandosi la
nominanza del Nostro. Il Brockhaus Allbuch 1935, infatti,
secondo riferisce MB 31, accoglie la nuova voce, così definita:
Nasobēm von Chr. M. erdachtes Fabeltier, das auf

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seinen Nasen schreitet. Pur nella sua atticità di spiriti e
di forme (l'essenziale), questa theriografia teratologica, quanto
a materia e contenenza (il contingente), richiama certe oniriche
ossessività del Lautréamont in «Les Chants de Maldoror».
Già il nome suona quasi misto di rhinòbate e
rhinòscele : come quello in cui il bēm, che tiene forse di βαινω
e di Bein (basso ted. Been), potesse aver mutato in labiale la
dentale della nasale finale, magari per rimare con Brehm.

La Prova: cfr. Teofilo Folengo (Baldus I, 175) «Cavallus
spatio poco se totus adunat - ac si per gucchiae vellet
passare foramen». Il testo originale comincia così : Zu einem
seltsamen Versuch - erstand ich mir ein Nadelbuch.

Il pecoro lunare: uno dei temi preferiti del Nostro, il
quale ne dette una propria versione latina (AG 27: Lunovis
Cfr. ibid. 28) e ad esso intitolò uno scritto paradossalmente
esegetico: Das aufgeklärte Mondschaf (cfr. Introd.).

I due imbuti: l'artificio pseudometrico della sagomatura
solo otticamente imitativa (estrinseca, inerte) dell'oggetto
materialmente sensibile, in cui consista il tema contenutistico
del carme, ha il proprio innanzi più illustre nell'Anthologia
Palatina (XV 21, 22, 24, 25, 26, 27). Cfr. Theocritus
et cet. - Carolus Gallavotti recensuit Romae 1946 pp. 225-237.
A dislocazioni tipografiche, per passare ai moderni, ricorsero
altresì, ma con altri intendimenti, Arno Holz e Maiakowski.
«Tout pour l'oeil, rien pour l'oreille» verrebbe detto,
se non temessimo avvilire a contesto così diverso la figurazione
baudelairiana di una delle Pleurs du Mal di più
severa bellezza. Altro il caso del polimetro victor-hughiano
«Les Djins», al cui grafico digradare si adegua un klimax
intrinsecamente sinfonico. Per converso, Paul Fort sopprime
ogni tradizionale, sia pur minimo, vestigio di modellatura
grafica e alla fonica modulatura affida la individuazione
della struttura metrica dei singoli versi entro l'incognito
indistinto di una prosasticità tipografica: rien pour
l'oeil, tout pour l'oreille.

La ghiandaia et cet: Das aesthetische Wiesel. Citata in
trattazioni anche non monografiche intorno al Nostro. Fra

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gli altri, da Enrico Rocca (St. d. Lett, Ted. dal 1870 al
1933 - Firenze 1950, p. 74) : «l'estetizzante assiuolo si poserà
sul ghiaiuolo solo per via della rima». Forse non avremmo
trasposto in italiano questa poesiola, se l'accenno così
ispirato, che qui ne riportiamo del Rocca, ci fosse venuto a
conoscenza tempestiva.

Il dondolo et cet: cfr. A. M. 64.

Cielo e Terra: il Forstadjunkt dell'ultimo verso ci fa
pensare a «un passant, monsieur l'adjoint» di Jules Laforgue.
Cfr. Vittorio Lugli «Da Villon a Valéry» (Messina
1949, p. 311).

La Nähe: cfr. E. Rocca, ibid. Qui, ancor più che in «Studi
linguistici» di Palmstroem, la nostra versione risulta
letterariamente suicida per una cagione ben più riprovevole
del mero calco letterale : il «collage» eteroglosso. Non che
tale partito tecnico sia di per sé necessariamente esiziale alla
liricità; che anzi, da Dante a Ezra Pound, se ne potenzia
talora la poesia originale. Persino la poesia tradotta seppe
trarne, senza discapito della venustà, un plus di acribia,
grazie alla gordiana soluzione che del problema ermeneutico
centrale del Cimitero Marino di Paul Valéry: «il faut
tenter de vivre», escogitò genialmente Beniamino Dal Fabbro:
lasciar tali parole così come stanno, rinunciando a infiacchirle
nel travestimento in altra lingua(1).

Canzone dei gabbiani: accertamenti di eventuali addentellati
biografici esulano dal nostro interesse. Ci basti sapere,
in questa direzione, ed è anche troppo, che Emma era
il nome dell'ava materna amatissima del Nostro. La trovatina
di associare all'aspetto dei gabbiani quello di donne
obbligatoriamente rispondenti a un certo nome di battesimo,
fu additata, non rammentiamo da chi, tra le degne di citazione.

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(1) Né «collage» né πλημμέλεια né mortificazione indusse alla
lingua francese lo Chénier, immettendovi la parola oaristys: se, dopo
tanta fuga, diremmo quasi, di evi, essa poté rinverdire a magica
suggestività nel verso di Paul Verlaine (Poèmes saturniens - Melancholia
- Voeu).

 

 

Anselmo Turazza: Palmstroem e altri Galgenlieder. Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna. 1955
Introduzione
Marginalia: Introduzione | Florilegio di Galgenlieder | Palmstroem | Horatius Travestitus | Parergon | Commiato augurale
Indize


Fußnoten

  1. Anmerk. durch WikiSysop: Da ich einen Buchstaben nicht entziffern konnte, habe ich den griechischen Part als Bildchen hochgeladen: Ital65-1.png